Rosina Muzio Salvo (1815 – 1866)

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Tra le donne siciliane che svolsero un ruolo culturale nel periodo del Risorgimento ebbe un posto di rilievo la scrittrice Rosina Muzio Salvo. Nata a Termini Imerese (1815-1866) operò in tre sezioni fondamentali: poesia, narrativa, scritti pedagogici.

La sua opera più interessante è il romanzo “Adelina” che si dice abbia ispirato Verga, ma entra nell’ambito del Risorgimento per la sua partecipazione al clima risorgimentale con scritti civili e pedagogici che esortano alla libertà e all’indipendenza, alle virtù morali, e sottolineano l’importanza dell’educazione e della cultura per il sesso femminile e per le classi popolari.

Del resto la formazione di Rosina era avvenuta in ambiente liberale. Anche il fratello minore, lo storico Rosario Salvo di Pietraganzili era di idee liberali e dovette per un periodo subire l’esilio. (Rosario Salvo ebbe tra l’altro un legame col Risorgimento a Cefalù, in quanto nel 1860, dopo lo scoraggiamento determinatosi a Cefalù per la fallita insurrezione del 1856, fu lui ad incontrarsi col cugino barone di Bordonaro, e col Mandralisca, per organizzare una riunione seguita da un discorso pubblico allo scopo di ridare fiducia ai patrioti. In seguito all’iniziativa il 2 giugno il Comitato presieduto da Mandralisca rivolse un proclama di adesione a Garibaldi, che poi fu a Cefalù nel 1862 – fonte: Salvatore Matassa).

Rosina si sposò a 18 anni ma il matrimonio non fu felice. Si separò e visse da allora in poi con la figlia Concettina anche lei in seguito diventata poetessa. A Palermo, la scrittrice frequentò il giro di intellettuali che frequentavano Francesco Paolo Perez (1812-92) e collaboravano al suo giornale “La Ruota”, di idee progressiste. Nel 1848 molti suoi amici ebbero posti di rilievo nel governo rivoluzionario, in cui cercavano di applicare i valori democratici che avevano invocato nei loro scritti, e dopo il fallimento del moto subirono dure repressioni.

Il 1848 fu anche l’anno in cui sorse un’associazione, “La Legione delle Pie Sorelle”, di cui Rosina fu segreteria (Presidente era la principessa di Butera e Scordia): 1200 consorelle e un unico uomo, padre Antonio Lombardo, dell’ordine dei padri Scolopi. Non era certo una associazione di rivoluzionarie; si trattava piuttosto di una associazione di beneficenza che tramite concerti, spettacoli, offerte, raccoglieva fondi per la fondazione di asili per le ragazze povere, e si adoperava per favorire un’attività di educazione culturale per le donne e di educazione politica per il popolo, e la diffusione di idee patriottiche. Ma anch’essa sebbene in modo moderato asseriva la libertà della donna e la sua partecipazione alla vita pubblica.

Ecco alcuni scritti sul giornale dell’Associazione: intanto l’affermazione nel primo numero “Anche noi siam risorte!” per collegare l’idea di Risorgimento anche alla presenza femminile; poi, a meglio specificare: “È un’ubbia del volgo, è un pregiudizio che sente di rancidume quello che la donna è solo fatta pel domestico focolare”. “Or che l’educazione sarà considerata come una parte principale della legislazione, vasto campo ci si apre dinanzi, in cui debba esercitarsi la nostra collaborazione”. E nonostante le finalità fossero: “la pratica di ogni sociale virtù, l’applicazione della pietà cittadina; il culto della […] suprema legge morale; la cultura e il perfezionamento del Sesso Gentile” evidentemente doveva dare fastidio all’ordine costituito, se nel 1849 la principessa di Butera fu condannata all’esilio insieme col marito, e, in risposta ad alcune richieste di permetterne il ritorno, il Luogotenente dei Borboni Carlo Filangeri inviò al ministro Cassisi il seguente dispaccio: “La Principessa di Butera spiegò durante i passati rivolgimenti passi rivoluzionari non inferiori a quelli del marito. Fu dessa che organizzò un Club di donne che propalava oscene e sovversive dottrine sotto il nome di Pie Sorelle, di cui aveva la presidenza (…) ed era centro d’intrigo di quanti vagheggiavano qui il ritorno dei passati disordini. Ciò premesso io sarei d’avviso di non permettersi di far tornare in Sicilia questa Signora”.

In effetti c’è una corrispondenza tra la principessa di Butera e Rosina Muzio Salvo e alcuni membri del governo rivoluzionario; e durante il ’48 a Palermo le consorelle vennero considerate “donne della rivoluzione” perché aiutavano i feriti, si prendevano cura delle loro famiglie, raccoglievano fondi per gli orfani e le vittime della repressione.

Nella rivista “L’educazione popolare” sempre nel clima del 1848 Rosina Muzio Salvo diede prova di grande temperamento e di indipendenza di giudizio rivolgendo una critica di “incompetenza” a uno dei rappresentanti carismatici delle idee liberali, il La Farina. Il fatto di mettere in discussione un esponente della propria corrente politica era naturalmente tanto più audace in quanto effettuato da una donna dell’Ottocento.

Nel 1852 Rosina Muzio Salvo fu implicata nell’attività patriottica che si svolgeva tra Palermo, Termini e altri paesi della provincia e che aveva avuto origine in casa di Giuseppe Vergara principe di Craco. Una delle iniziative consisteva in contatti con i Mazziniani di Genova, che inviavano segretamente propaganda, giornali da distribuire; e nel collocare i coupon spediti da Rosolino Pilo, che venivano ‘acquistati’ per pagare il prestito mazziniano contratto a Londra per finanziare i moti. Altri progetti prevedevano l’organizzazione di moti, ma a causa di un infiltrato la polizia Borbonica ne venne a conoscenza scatenando la repressione del famigerato capo della Polizia Maniscalco.

Vi furono arresti a Palermo, e anche in provincia, a Termini e Cefalù. Le cedole con i conteggi della sottoscrizione erano però state fatte pervenire a Rosina e non furono ritrovate. In questa occasione fu arrestato non solo il Vergara ma anche l’amante di questi, Teresa Musso, che venne rinchiusa in quello che era definito “il più spaventoso carcere di Sicilia”, il carcere dei Dammusi di Monreale, ma non rivelò niente di quanto sapeva, e infatti nelle lettere che si scambiavano i patrioti viene definita “eroica donna”.

Rosina Muzio Salvo morì nel 1866 dopo aver visto quell’Unità che aveva sognato, e forse dopo aver visto anche l’offuscarsi di tante illusioni, se è vero che negli ultimi anni i suoi interventi non furono più strettamente politici, ma solo filtrati dall’attività letteraria e pedagogica.

Fonte: Angela D. Di Francesca – Espero, anno V n. 52, 1 agosto 2011

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