Niccolò Palmeri (1778 – 1837)

Palmeri_html_m327ed368 (1)Nato il 9 agosto 1778 da un ramo cadetto della famiglia Palmieri, nel palazzo, ancora oggi esistente, sia pure in stato di abbandono, della via Badia, ora via Garibaldi, all’attuale civico 63.

Fu quello che si dice un “bambino prodigio”: a dieci anni, infatti, traduceva i classici latini. A 20 anni fu accolto nell’Accademia Euracea, assumendo lo pseudonimo di Siralgo Nísifario.

Dopo aver seguito i corsi universitari a Catania ed ottenuto la laurea in giurisprudenza, iniziò l’attività forense. Ma presto, per un fastidiosissimo calo dell’udito, fu costretto ad abbandonare tale attività, dedicandosi agli studi di economia politica e di agricoltura con Paolo Balsamo, del quale condivise le dottrine liberiste, e diritto pubblico siciliano con Rosario Gregorio.

Forse a causa del sopravvenuto difetto fisico o per via del carattere non molto socievole, il Palmeri fu sempre restio ad assumere incarichi pubblici e, in specie, remunerati. Tuttavia, fu componente della Deputazione dei Pesi e delle Misure della Città di Termini Imerese e del suo Dipartimento e diresse, assieme a Baldassare Romano, gli scavi archeologia che portarono alla scoperta, nel 1827, della cosi detta “Curia”, nell’area che poi diverrà, in suo onore, la “Villa Palmeri”.

Tale sua indisponibilità agli uffici pubblici trova però un’eccezione in campo politico, nel quale fu sempre impegnato a sostenere le riforme che il suo animo liberale gli ispirava. Infatti, nel 1812 siede, per procura, nel braccio baronale del Parlamento e poi fu deputato eletto della nostra città, coadiuvando Paolo Balsamo nella redazione della nuova Costituzione siciliana.

Prese parte alla rivoluzione del 1820 quale membro della Deputazione provvisoria di Termini Imerese e rappresentante della città nella Suprema Giunta provvisoria di Governo per la Sicilia, costituitasi a Palermo.
La sua attività politica e, in particolare, i suoi ideali di libertà e di progresso sono contenuti nel Catechísmo politico siciliano pubblicato clandestinamente prima del 1848.

Criticò i nobili che proteggevano il banditismo, la mafia, per paura o per cupidigia e denunciò in pieno Parlamento la corruzione del sistema giudiziario, affermando coraggiosamente: i giudici nei nostri comuni sono per sistema una Canaglia ingiusta e venale.

Studioso di economia e di agraria, propugnò la divisione del latifondo in tenute di qualche centinaio di ettari, per favorire la produttività e lo sfruttamento intensivo del suolo.

Pubblicò, su iniziativa del Principe di Castelnuovo, che ne curò anche la distribuzione gratuita, un calendario agricolo. Le sue opere maggiori sono la Somma della Storia di Sicilia ed il Saggio Storico e Politico della Costituzione del Regno di Sicilia infino al 1816, pubblicato postumo a Losanna, ma scrisse anche di tecnica agraria e di economia.

Muore in (“onorata” si diceva allora) povertà, di colera, il 18 luglio 1837 e fu seppellito nell’apposita area di contrada Bevuto, detta appunto “Cimitero dei Colerosí”. Nel 1888 le sue spoglie furono riesumate, a cura del Sindaco dell’epoca Francesco Cosenz, e trasferite nel cimitero di contrada Giancaniglia dove, soltanto nell’ottobre del 1997, l’amministrazione Comunale ha realizzato un monumento, su progetto offerto gratuitamente dall’Architetto Antonio Callari

Fonte: “Profili di Termitani Illustri” di Enzo Giunta – Editrice GASM

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