Prima pagina

 

Termini Imerese nel passato

La storia della città in alcuni momenti storici

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PERIODO PRE-GRECO


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Dolcemente adagiata in una conca pittoresca, scende verso il mare per abbracciare lo splendido golfo, è sovrastata dal maestoso monte S. Calogero, una volta chiamato Eurako.

Questa è la stupenda immagine che Termini Imerese offre al visitatore.  La Città affonda le sue radici in tempi remoti.  Storia e leggenda si sono intrecciate nel tempo per segnare momenti che hanno esaltato la crescita culturale di una Città che è stata definita « splendidissima ».

Legata ad Himera e alla sua affascinante storia, alle mitiche acque fatte sgorgare grazie alle belle ed ospitali Ninfe, seguaci di Minerva (la dea predilesse il contado Termitano-Imerese) per ritemprare le stanche membra del semidio Ercole. 

Le Thermae Himerenses (da qui poi Termini Imerese, cioè Terme di Himera), dopo che i Cartaginesi nel 409 a.C. distrussero Himera e ne impedirono la ricostruzione, accolsero gli Imeresi e, così, alla popolazione indigena locale si aggiunse gente di origine greca e le due stirpi diedero vita ad un’unica popolazione.

Anche la preistoria ha avuto una notevole presenza in questo territorio. Ne sono testimonianze il Riparo del Castello, le grotte Geraci e Marfisi, con insediamenti del periodo paleolitico superiore e dell’età del rame e del bronzo. Qui sono stati rinvenuti utensili di lavoro di dimensione e forma varia, ceramica rozza ad impasto e ceramica dipinta a graffìti.

Nel riparo del Castello sono stati rinvenuti strumenti ed armi litiche.

PERIODO GRECO

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Himera era stata fondata nell’anno 648 a.C. ad ovest della foce del fiume omonimo. A fondare la  nuova colonia fu un nucleo misto di genti ioniche e doriche.

Himera fu colonia greca sulla costa settentrionale della Sicilia; i coloni di Zancle che la fondarono furono condotti da Euclide, Simo e Sacone.

Da ricordare una autentica personalità creatrice: Stesicoro, figlio di Euclide.

Il suo vero nome era Tisia d’Himera, si chiamò, poi, Stesicoro, cioè ordinatore di cori, per avere portato a perfezionare la lirica corale. Nacque ad Himera ma morì a Catania.

Himera sorse come avamposto della politica ellenica. Posta in un punto strategico segnò la via naturale fra la costa mediterranea e la costa tirrenica, si trovò al centro delle lotte fra Cartaginesi e Greci, Agrigentini e Siracusani.

Himera (472-450 a.C.) ebbe una Zecca famosa e furono coniati medaglie, e monete e parecchi «Tetradrammi» fra cui uno che raffigura le nostre Terme. 

Infatti in questo Tetradramma nel verso è effigiata la Ninfa Himera con patere sacrificante sopra un’ara sovrastata da un fuoco.  A destra della Ninfa un Sileno si bagna con l’acqua sgorgante dalle fauci aperte di una testa leonina che fuoriesce da una parete. Nel recto una «Biga Lenta» con auriga coronato dalla vittoria; all’esergo Gallo e la scritta: Himeraion.

Dopo la battaglia del 480 a.C., in cui gli Imeresi e gli alleati annientarono i Cartaginesi, fu costruito un sontuoso tempio nella pianura accanto al fiume che chiamarono della Vittoria dove – si dice – vennero conservate le tavole del trattato di pace. 

Un trattato che passò alla storia, tanto che il famoso scrittore francese Montesquieu nel suo «Esprit des Lois» (del XIX sec.) scrisse che quel trattato di Himera era stato il «più bel trattato di pace del mondo» in quanto che gli Imeresi proibirono ai Cartaginesi i sacrifici dei loro primi nati maschi agli Dei, e cioè sancirono delle norme a favore degli stessi vinti.

Nello stesso giorno di quella storica battaglia (480 a.C.) anche i Greci sbaragliarono a Salamina l’invadenza dei Persiani.

Quelle due vittorie, ad Himera e a Salamina, risuonarono per secoli e furono determinanti per salvare la grecità l’una dai barbari d’occidente l’altra da quelli d’oriente.

I Cartaginesi non avevano dimenticato la disfatta del 480 a.C. ad opera degli Imeresi e, nel 409 a.C., sbarcarono ad Himera e la assediarono con ingenti forze e riuscirono a fare breccia nella città distruggendola ed incendiandola.

I pochi Imeresi sfuggiti alla strage si rifugiarono sotto le mura della «Città di Terme» e chiesero ospitalità. Vennero accolti qui. Termitani e Imeresi trovarono, poi, una perfetta intesa e la città fu chiamata «Termini Imerese».

PERIODO ROMANO

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La grande epoca di Termini fu quella del periodo Romano.

Fu colonia Augustea tra le prime cinque costituite in Sicilia. Consacrata « Civitas Splendidissima », ebbe foro, curia, anfiteatro, porto, un ponte a più ordini di arcate e l’acquedotto Cornelio, la più importante opera di ingegneria idraulica costruita dai Romani in Sicilia, che oggi si può ancora in parte ammirare. Il periodo romano merita una particolare attenzione. Antichissime vestigia e monumenti testimoniano questo splendidissimo periodo.

La storia ricorda la restituzione ai Termitani di molte opere d’arte che i Cartaginesi avevano trafugato ad Himera.

Fu Scipione Africano a restituirle dopo la distruzione di Cartagine. Tra queste, tre famose statue di bronzo raffiguranti il poeta Stesicoro, Himera ed una capretta: simbolicamente raffigurate nello stemma della Città.

Anche Plutarco parla di Termini e del ruolo di Stenio, illustre cittadino Termitano, il quale nella lotta tra Mario e Silla parteggiò per Mario. Stenio si oppose energicamente a Verre che intendeva portate a Roma le tre antichissime statue Imeresi, restituite a Termini dai Romani. Condannato a morte fu difeso da Cicerone davanti al Senato Romano e denunziò i soprusi perpetrati da Verre in Sicilia. All’epoca di Stenio Termini raggiunse il suo massimo splendore.

In quell’epoca fu costruito l’acquedotto Cornelio, lungo 7 km (I sec. a.C.), che è la maggiore costruzione del genere realizzata in Sicilia, anche perché rappresenta una delle prove più eloquenti delle cognizioni che i Romani avevano sui principi della condotta forzata dell’acqua e sulla teoria dei vasi comunicanti.

Nel periodo di Stenio nacque anche il grandioso edificio termale ornato di statue, colonnati e marmi policromi, l’anfiteatro, la curia, il foro, il tempio di Ercole e il Palazzo di Agatino venne ornato di preziosi mosaici.

Con la caduta dell’Impero Romano, Termini cominciò a perdere il suo splendore. Cessò di essere una città florida e accogliente e divenne terra di conquista.  Le invasioni barbariche segnarono un periodo buio per la Città.

Ma si registrò un fatto notevole a Termini: l’introduzione del Cristianesimo ad opera di San Calogero, un monaco orientale sfuggito alle persecuzioni contro i Cristiani e rifugiatosi in eremitaggio sul monte Eurako che da lui, poi, prese il nome di monte S. Calogero.

C’è una data da ricordare: 451. In quell’anno il Vescovo di Termini Elpidio partecipò al Concilio di Calcedonia. Termini fu sede Vescovile fino all’avvento dei Normanni.

PERIODO BIZANTINO E ARABO

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Con lo stanziamento dei Goti guidati da Teodorico, Termini divenne vittima delle lunghe e terribili guerre Gotico-Bizantine combattute dal 535 al 553.

Termini, in particolare, conobbe miserie e lutti considerevoli che nel tempo determinarono un preoccupante spopolamento.

Dopo il 553, ristabilito nell’isola il dominio bizantino, le condizioni di Termini divennero a poco a poco piuttosto apprezzabili.

Gli Arabi sbarcarono in Sicilia dopo che Eufemio, che allora governava l’isola, li chiamò in aiuto per sfuggire alla condanna emessa contro di lui dall’Imperatore d’oriente per il rapimento di una suora appartenente ad una nobile famiglia siracusana. Così gli Arabi dopo avere conquistato Palermo, conquistarono nell’832 Termini Imerese con il capitano Aausman Mohammed. Ma Termini non fu una facile conquista. I Termitani resistettero ai continui assalti dell’esercito Saraceno che si accampò nella vicina Trabia. Infine i Termitani trattarono e così gli Arabi fecero il loro ingresso a Termini con il Capitano Mohammed.

La loro dominazione durò tre secoli e portarono diverse coltivazioni, come il carrubo, il gelso e gli agrumi e lasciarono notevole traccia nella terminologia dialettale specialmente nel campo agricolo.

PERIODO NORMANNO

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Con la conquista Normanna Termini divenne città demaniale. Inoltre, si determinò un rilancio delle attività commerciali e fu costruita la Chiesa di San Giacomo, l’antica Cattedrale per iniziativa di Ruggero Il. La Chiesa fu consacrata da Papa Innocenzo III nel 1202, che era tutore di Federico II.  Il Papa sostò a Termini durante il suo viaggio da Palermo a Roma. I Normanni introdussero in Sicilia il Feudalesimo.

Con Ruggero – ricorda il Solìto – venne concesso un feudo a Roberto Brucato, un Cavaliere normanno a cui successe il figlio Giovanni.

Il feudo comprendeva diciotto contrade tra cui ricordiamo: Signora, Franco, Torrazza, Molara, Cortevecchia, Canna, Quarantasalme, Piano Bandiera. Un vasto territorio che si estendeva dai piedi del S. Calogero alla Valle del Torto fino alla sponda sinistra del Fiume Himera. Il feudo era presidiato da una fortezza e in esso si trovavano mulini, masserie, laboratori di artigiani, villaggi e mercati.

Dal principio del Feudalesimo Termini non fu mai soggetta a nessun Barone essendo rimasta, fino all’abrogazione del Feudalesimo stesso, Città Demaniale, cioè soggetta soltanto alla Corona.

PERIODO SVEVO

fig08Dopo la morte di Guglielmo II il Buono, Enrico VI di Svevia figlio di Federico Barbarossa, sposò Costanza figlia di Ruggero I e, nel 1194 si fece incoronare a Palermo Re di Sicilia.

Ad Enrico VI successe Federico II, il quale si rivelò uomo saggio, accrebbe i privilegi ai municipi, diminuì la potenza dei Baroni e, con una grande e geniale riforma dei Parlamenti (che erano stati introdotti in Sicilia dai Normanni) favorì il popolo.

Al Parlamento, dove sedevano allora solo Baroni ed Ecclesiastici, divisi in due bracci, Federico II vi chiamò anche i borghesi e i rappresentanti delle città libere cioè non dipendenti dall’autorità regia.  Al Parlamento convocato a Messina nel 1233, Federico classificò Termini tra le Città del Regio Demanio e conferì il titolo di «Civitas Splendidissima», dato precedentemente dai Romani.

Da allora Termini cominciò a mandare al Parlamento i suoi rappresentanti che si chiamarono Sindaci e Procuratori.

Dopo Federico II salì al trono Corrado a cui successe Manfredi, Consigliere particolare del Regno e primo Ministro del Re Manfredi fu Matteo De Thermes, il giovane brillante figlio del Castellano della fortezza di Termini che poi doveva diventare il Beato Agostino Novello Patrono della Città. Matteo di Termini dopo aver compiuto gli studi umanistici in patria, fu mandato a Bologna, per completare gli studi superiori, dove si laureò in diritto civile ed ecclesiastico.

Nella battaglia di Benevento, che Manfredi combatté contro Carlo D’Angíò, fu vicino al Sovrano, che cadde valorosamente. Matteo, dopo una grave malattia, distribuì ai poveri i suoi averi, seguì l’interiore chiamata di Dio e abbracciò da semplice frate laico l’ordine di S. Agostino, prendendovi il nome del Santo fondatore.  Visse in umiltà e penitenza e lasciò la Sicilia per raggiungere gli eremi di Siena. Ma non poté restare qui a lungo nascosto. Fu riconosciuto infatti da Giacomo Pagliaresi, già suo compagno di studi a Bologna quando difese il Convento.

Il Pagliaresi, fra l’unanime meraviglia dei frati, celebrò il valore di colui che si nascondeva sotto l’umile saio. Riconosciuto con grande suo rammarico per quel che valeva, Frate Agostino fu promosso per ubbidienza al Sacerdozio e assunto dal Beato Clemente, Generale dell’Ordine a collaboratore nel governo. Riformò le regole degli Eremiti dell’Ordine Agostiníano. A Roma fu confessore dei Papi Nicolò IV, Celestino V e Bonifacio VIII. Al Capitolo Generale dell’Ordine tenutosi a Milano, sebbene assente fu unanimemente eletto Superiore Generale.

Accettò la carica per imposizione del sommo Pontefice Bonifacio VIII, ma, dopo due anni, a Napoli, al nuovo Capitolo Generale, pregò i confratelli di accettare le dimissioni.  Tornò così a Siena. Desideroso di vita umile e nascosto si ritirò nell’Eremo di San Leonardo nelle cui vicinanze costruì un Ospedale. Morì il 19 maggio del 1309.

Il corpo del Beato Agostino venne traslato a Termini Imerese il 19 maggio del 1977.

PERIODO ANGIOINO

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Dopo la vittoria su Manfredi a Benevento Carlo D’Angiò divenne Re di Sicilia. Il suo governo fu tra i più tristi. La sera del 31 marzo 1282, durante le funzioni della Settimana Santa, dopo un incidente tra un soldato francese e alcuni fedeli, scoppiò a Palermo una rivolta antifrancese. Furono i famosi Vespri Siciliani.

Anche Termini si ribellò ai Francesi. I Termitani assalirono e conquistarono il Castello e, dopo avere scacciato i Francesi, si diedero un governo autonomo. Gli Angioini riconquistarono la città con Carlo D’Artois grazie ad uno stratagemma e cioè al taglio dell’acquedotto Cornelio, che permise ad essi di mandare a secco la Città e la popolazione.

I Termitani, tormentati dalla fame e dalla sete, chiesero una tregua agli Angioini perché speravano nei soccorsi di Re Pietro di Aragona che tardò ad arrivare perché impedito dagli intrighi di Corte.  Termini fu costretta così ad arrendersi. Dopo la resa, venne rasa a suolo ed i suoi monumenti vennero distrutti; furono soltanto rispettati le Chiese di san Francesco e di San Giacomo. Tuttavia la rocca del Castello non fu espugnata. Inoltre la resistenza dei Termitani costituì un serio ostacolo al tentativo degli Angioini di conquistare la Sicilia.

PERIODO ARAGONESE

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Quando Re Pietro II di Aragona riuscì a mandare il suo esercito in soccorso dei Termitani contro i Francesi, riconquistò Termini. La Sicilia, in un momento in cui la difesa era piuttosto difficile, fu salva per la resistenza di Termini, e Re Pietro grato e riconoscente le conferì un diploma e le concesse diversi privilegi e ben presto la città cominciò a risorgere dalle rovine ed ebbe una ripresa nel commercio, nelle arti e nelle lettere.

La ripresa economica è confermata dalla istituzione nel 1515 con Ferdinando II, di una Zecca Regia che operò per sei anni.

CONTRASTI CON CACCAMO E TRABIA

ChiesChiesa_Madonna_delle_Grazie_bigSuperato il momento difficile, connesso con l’assedio e l’invasione degli Angioini, Termini dovette risolvere i contrasti con Caccamo per il possesso del San Calogero, il maestoso monte, una volta chiamato Eurako, che sovrasta la città. Manfredi Chiaramonte si era impossessato arbitrariamente del monte e Termini protestò a lungo producendo i giusti documenti che attestavano appunto che la proprietà apparteneva alla città Imerese. Nel 1392, Re Martino, investito della questione, diede ragione ai Termitani e, così, i Chiaramonte furono costretti a restituire a Termini il S. Calogero.

Altri contrasti confinari sorsero tra Termini e Trabia.

Blasco Lanza di Trabia si era appropriato di alcuni terreni di Termini per ampliare le sue terre. L’obiettivo di Blasco Lanza era quello di formare un feudo. La protesta dei Termitani arrivò senza esito a Re Ferdinando il Cattolico e, alla sua morte, al successore Carlo V.

Ad un certo punto, i Termitani, stanchi di attendere, diedero vita ad un’azione di forza con saccheggi nelle campagne e nel Castello di Trabia. Finalmente Carlo V, considerata personalmente la questione, il 22 febbraio 1522 restituì i terreni a Termini che stabilì i confini erigendo una Chiesa alle porte di Trabia.

GLI EBREI

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Anche gli Ebrei, nel XV sec. si installarono a Termini nella parte alta della città, dove avevano la loro sinagoga richiamati dai commerci che qui si svolgevano in condizioni particolarmente vantaggiose.

Quella di Termini fu una comunità tra le più importanti delle secondarie. Il ghetto sorgeva nella zona del Piano Barlaci, che cominciava dal Convento di S. Domenico e si estendeva fino a Porta Palermo da un lato e dall’altro fino alle porte del Castello e al piano della Chiesa Maggiore (tombe ebraiche sono state rinvenute alla Villa Palmeri).

Quando gli Ebrei lasciarono Termini un frate francescano termitano Giacomo Di Leo ottenne dal Papa Alessandro VI di mutare la sinagoga in monastero. Così, sorse il Monastero sotto la Regola di Santa Chiara e con il titolo di San Marco.

PERIODO DEL VICEREGNO SPAGNOLO

tiziano-carlo-V-a-cavalloCon Carlo che successe a Ferdinando il Cattolico, la Sicilia era affidata al Viceré Ugo Moncada che era odiato da tutti. I Baroni con il Conte di Golisano lo invitarono, a più riprese, a dimettersi. I Baroni per protesta lasciarono Palermo e si fermarono a Termini dove trovarono la popolazione esasperata contro il Moncada. Il 5 marzo 1516, si radunarono nella Chiesa di San Giacomo – allora Chiesa Madre – e con l’intervento dei Giurati, degli altri ufficiali, del Clero, di tutto il popolo, furono celebrati solenni esequie alla memoria del Re Ferdinando e vennero acclamati i nomi di Carlo e della madre Giovanna. Inoltre, con una solenne scrittura, condannarono il Viceré Moncada.

Successivamente, tentarono di trasferire il Parlamento a Messina, ma non fecero in tempo perché il popolo si ribellò e il Moncada venne espulso da Palermo.

In quel periodo la Sicilia subì la minaccia di una invasione dei Turchi che si erano già impadroniti di Tunisi. Carlo V accorse in aiuto e con un forte esercito mosse alla conquista di Tunisi. Carlo V il 13 settembre 1535 venne accolto con entusiasmo a Palermo. Si stabilì nel sontuoso palazzo « Aiutami Cristo » presso Porta Termini e qui ricevette gli omaggi da tutte le città dell’isola. Termini mandò Vincenzo Solìto.

Carlo V si portò a Termini e, come scrive il Solìto, «fu accolto dai Termitani con ogni pompa nella Casa nobile di Romano e fu presentato al Senato Termitano».

Sotto Carlo V, furono fortificate le mura ed ebbe un notevole incremento il “caricatore” rinomato fin dall’epoca romana come attesta Cicerone,tanto che divenne uno dei più importanti della Sicilia.  Il “caricatore” fu un punto di riferimento importantissimo e alimentò una fiorentissima esportazione di olio e paste alimentari; nel golfo imerese ballonzolavano sulla risacca numerosi vascelli che trasportavano il grano a Genova, a Roma, in Spagna e nelle lontane Fiandre e verso Costantinopoli. Da Carlo V a Filippo IV Termini godette sempre di privilegi e benefici e con i Viceré la Sicilia ebbe un periodo di quiete.

Nel 1675 Messina mossa – come dice il Palmeri – dalla brama di volersi ingrandire a spese di tutto il Regno si ribellò al Governo Spagnolo e chiamò i Francesi in suo aiuto. Il 31 maggio del 1675, l’Armata Francese salpò da Messina per tentare un colpo a sorpresa a Palermo, ma appena fu avvistata dai Termitani, fu respinta a colpi di cannone sparati dal Castello. Inoltre alcuni vascelli, che erano approdati nella spiaggia di Colasecca, furono costretti ad allontanarsi.

Con la morte di Carlo II, successore di Filippo III, si estinse la famiglia austriaca che dominava la Spagna.

Il trattato di Utrech diede la Sicilia a Vittorio Amedeo II di Savoia. E con il nuovo Re le condizioni dell’Isola migliorarono lentamente. Palermo accolse Amedeo II con grandiose feste. Anche a Termini le feste durarono tre giorni e vennero descritte in un opuscoletto intitolato «Imera in brio» pubblicato dai giurati dell’epoca.

Il 5 settembre del 1714 Amedeo I venne in città insieme alla Regina Anna d’Orleans e fu ospitato nel Palazzo del Marchese Marini – oggi Palazzo Marsala – dove una lapide ricorda l’evento sito nella via che successivamente fu intitolata al Re. 

Del governo di Amedeo rimane una disposizione edilizia emanata dal Viceré Maffei il 6 dicembre 1717 per rendere la città «più decorata» e più bella.

Gli Austriaci governarono l’isola fino al 1734, anno in cui Carlo di Spagna, figlio di Filippo V conquistò il regno di Napoli e di Sicilia. Chiamato al trono di Spagna, lasciò il regno al terzogenito Ferdinando, il quale considerò la Sicilia come provincia del Napoletano. Per ben quarant’anni il Re e la Regina Carolina d’Austria oppressero la Sicilia finché i Baroni, con a capo il Belmonte, non si ribellarono. L’Inghilterra venne in loro aiuto con Lord Guglielmo Bentích, comandante delle Armi Britanniche. I Baroni riuscirono a vincere e il risultato della lotta fu la Costituzione del 1812. Un uomo si distinse in modo particolare il Termitano Abate Paolo Balsamo. Il Balsamo che sedeva nel braccio ecclesiastico del Parlamento, ebbe l’incarico di riformare la Costituzione. Così la nuova Costituzione del 1812, redatta da Paolo Balsamo, venne approvata dal Parlamento in seduta solenne.  Fu il primo esempio di liberale ordinamento politico e conteneva i germi delle più grandi ed utili riforme sociali.

PERIODO BORBONICO

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Poi Termini Imerese recitò un ruolo importantissimo per l’indipendenza della Sicilia dai Borbone. I Borbone, con il Generale Florestano Pepe, erano entrati in città nel settembre del 1820. E dal 1820 al 1860 una lunga serie di avvenimenti si succedono nella città imerese tutti legati alla conquista della libertà che doveva portare, poi, alla conquista dell’Unità d’Italia.

Termini – come sostiene Baldassarre Romano – si organizzò e si diede un governo creando l’immagine di una «Piccola Repubblica».

Per respingere l’arroganza borbonica creò Società segrete che operarono nelle due parti della città:  i «Figli di Stenio» nella parte alta ed i «Figli di Ercole» nella parte bassa, richiamando le personalità più in vista per un impegno di libertà e di unità.

La Rivoluzione del 1848 ebbe tra i grandi protagonisti un Termitano autentico il Generale Giuseppe La Masa, l’eroe della Fieravecchia, che ebbe una parte determinante nell’impresa garibaldina.

Termini insorse il 31 gennaio 1848. I Borbone si erano rinchiusi nel Castello; poi furono costretti ad abbandonare la città il 13 febbraio; ma la riconquistarono il 14 aprile.

Termini fu pronta a fare eco ai moti della Gancia di Palermo del 4 aprile 1860.

Lo sbarco dei Mille contribuì alla resistenza dei Termitani agli attacchi continui dei Borbone. La presenza di La Masa col Generale Garibaldi diede la giusta carica ai Termitani e, in Piazza Caricatore, venne issato il tricolore e costituito il comitato rivoluzionario.

Termini Imerese fu una delle prime città della Sicilia a costituire un Governo Popolare.

Una serie di avvenimenti tengono desta per mesi la città che caccia definitivamente le truppe borboniche il 5 giugno 1860. Per cacciarli fu una lunga lotta. Termini venne attaccata per mare e dal Castello. I Termitani fronteggiarono con eroismo i Borbone che furono costretti ad abbandonare il Castello e si imbarcarono sulla fregata Archimede, ma, prima di allontanarsi, fecero saltare le polveriere distruggendo una delle più antiche e munite fortezze della Sicilia.

Un contributo valido e fortemente voluto quello dei Termitani all’epopea garibaldina che doveva consacrarsi, poi, con l’Unità d’Italia; contributo legato anche a tanti prestigiosi nomi che hanno dato esempio illustre all’intera città.

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Ricordi storici, patriottici, artistici e monumentali di Termini Imerese – Acquarello del prof. Gaeta

Questo il lungo cammino di una città che si è sempre rispecchiata nel suo glorioso e leggendario passato e che guarda con fiducia al futuro. 

Le industrie hanno trovato insediamento in una vasta zona, ma Termini Imerese non ha perso le sue caratteristiche in città ricca di storia e di pregevoli monumenti: le Terme e il Museo sono la testimonianza più eloquente e che possono misurare la grandezza di quella che giustamente fu definita «Civitas splendidissima».

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Fonte: http://www.comuneterminiimerese.pa.it

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Contatti:  marianobarbara@alice.it

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